Archeologia nel territorio di Viggiano

 

I più recenti rinvenimenti archeologici effettuati nel Comune di Viggiano sono conseguenti alla realizzazione dell'oleodotto ENI Viggiano-Taranto e della Rete di raccolta del petrolio, che collega i singoli pozzi con il Centro Oli di Viggiano, i cui lavori sono tuttora in corso.

L'oleodotto ha attraversato, per circa 100 Km., la Basilicata, interessando aree archeologiche di straordinaria importanza e, in primo luogo, i territori occupati dalla colonia greca di Metaponto, dalle comunità italiche della Val d'Agri e dalla città romana di Grumento.

 Lungo il tracciato sono state individuati oltre centocinquanta siti archeologici, in precedenza non conosciuti e che, nel corso dei lavori, sono stati oggetto di ricerche archeologiche preventive.

La Preistoria

In antico, il fiume Agri era noto con la denominazione Akiris e, nel suo tratto finale, era navigabile, come riportato in un noto passo di Strabone (VI,1,14), assumendo un importante ruolo nei collegamenti tra Ionio e Tirreno.

I rinvenimenti effettuati a seguito dei lavori Eni costituiscono una premessa di quelle che sono le potenzialità archeologiche di un territorio che fino a questo momento ha risentito della realtà macroscopica del centro romano di Grumentum.

L'Oleodotto ha interessato, in primo luogo, il versante sinistro dell'alto corso dell'Agri, consentendo di chiarire il popolamento antico lungo la riva sinistra del fiume, opposta a quella su cui in età romana sorge Grumentum.

Per quanto riguarda la fase preistorica, un esteso insediamento inquadrabile nelle fasi finali del Neolitico Recente (facies Diana-Bellavista) ossia nella seconda metà del IV millennio a.C., cui si riferiscono una capanna e un livello di frequentazione, in località Porcili di Viggiano, in un'area pianeggiante posta a sud dell'altura su cui sorge il paese moderno e lambita dal torrente Alli.

Si sviluppano i primi insediamenti stabili costituiti da ampi villaggi di capanne circondati da fossati.

La capanna individuata è di notevoli dimensioni, il cui perimetro è definito da buche per pali con numerose zeppe in pietra.

L'esteso livello di frequentazione ha restituito numerose fosse di combustione a pianta rettangolare, utilizzate per la cottura di grandi porzioni di animale, per l'essiccazione di pesce o di carne, per la fumigazione di scorte alimentari e per la tostatura dei cereali.

Un'area sepolcrale, individuata sempre nella località Porcili di Viggiano (a circa 500 m. dalla precedente), si imposta direttamente sul livello neolitico e ha restituito numerose sepolture con oggetti di corredo inquadrabili, ad un'analisi preliminare, agli inizi dell'età del Bronzo.

La necropoli si sviluppa in un'area pianeggiante, probabilmente lungo un antico tratturo. Si tratta di una serie di piccoli tumuli costituiti da pietre, che si dispongono a semicerchio intorno ad una sepoltura maschile ricoperta da tumulo di terra.

Le altre sepolture sono pertinenti alcune sicuramente a defunti di sesso femminile, come testimonia una parure costituita da un applique in osso decorato a cerchi concentrici e da vaghi in osso e pietra.

Un'altra tomba ha restituito, quali elementi di corredo, due attingitoi monoansati e una scodella .

Lo scavo in località Masseria Maglianese, nel comune di Viggiano, ha permesso di individuare un altro insediamento abitativo appartenente alla fine del Bronzo Antico-inizi del Bronzo Medio.

In particolare è stata individuata la parte meridionale di una capanna (Fig. 2), probabilmente una struttura comunitaria, di impianto non stabile, da connettere forse agli spostamenti dovuti alla transumanza del bestiame.

Interessante notare che, pur non essendo un impianto stabile, era comunque caratterizzata da un'organizzazione funzionale sia dello spazio interno, come la zona orientale della capanna con i grandi contenitori interrati sembrerebbe suggerire, sia di quello esterno con la presenza di un focolare e di zone di scarico di materiale.

All'interno della capanna sembra possibile riscontrare una divisione funzionale degli spazi con la zona orientale destinata alla conservazione delle derrate.

A sud-ovest del grande contenitore vi era poi una buca certamente connessa alla sistemazione della zona orientale della capanna, usata probabilmente per conservare materiale deperibile funzionale alla vita della struttura abitativa.

All'esterno della capanna sono stati ritrovati degli accumuli di materiale ceramico in buche non molto profonde, da interpretare come scarichi, e un focolare a cielo aperto. Da uno di questi scarichi di materiale proviene una fuseruola, a testimoniate l'attività di filatura in questa capanna.

L'età classica: insediamenti e necropoli lucane

Le indagini condotte in alta Val d'Agri hanno soprattutto posto in evidenza quanto il territorio interessato dalla fondazione di Grumentum fosse densamente occupato al momento dell'avvio della politica espansionistica dei Romani per quest'area dell'Italia meridionale.

Una fitta rete di fattorie si sviluppa, a partire dalla metà del IV secolo a.C., sulle alture che dominano la vallata fluviale e i diversi tratturi di collegamento, su entrambi i versanti dell'Agri.

Si tratta di piccoli insediamenti da ricollegare a uno sfruttamento intensivo del territorio, con l'impianto di colture specializzate, come la vite e l'olivo.

In particolare, le ricerche condotte a seguito dei lavori Eni hanno permesso di individuare sia alcune di queste fattorie sia gruppi di sepolture pertinenti a tali impianti agricoli. Resti di fattorie sono stati scavati nelle località Serrone di Viggiano, su un'altura posta a controllo di un ampio tratto della valle e di un sistema di tratturi ancora oggi in uso.

E' nota una prima fattoria che occupa una superficie complessiva di 750 mq e conosce almeno tre fasi costruttive databili tra la metà del IV e il corso del III secolo a.C.

L' impianto si articola con una serie di vani aperti su un cortile.

La terza fase conosce una profonda trasformazione, con un prevalere delle attività produttive su quelle residenziali. Infatti, nel cortile si impianta un forno. A

 circa 100 metri sorge un secondo edificio, di 240 mq, a carattere rurale con pianta ad "L" e costituito da un lungo e stretto ambiente ortogonale ad altri di minori dimensioni.

Esso ha restituito una lucerna in bronzo.

Ad un edificio monumentale di età lucana si riferiscono i resti scavati in località Masseria Nigro di Viggiano. Collocata sul versante sinistro della valle del fiume Agri, in posizione simmetrica a quella dell'antico abitato di Grumentum, la struttura si sviluppa su un vasto pianoro delimitato da solchi vallivi e dominante una fitta rete di tratturi di collegamento tra Viggiano e Montemurro e percorsi di attraversamento verso la sponda sinistra del fiume Agri.

Si tratta di un complesso dalle dimensioni davvero imponenti, di circa mq. 1360 (tra area esplorata e area individuata attraverso saggi esplorativi e indagini geofisiche) che, sulla base delle ricerche geofisiche effettuate in tutta la zona circostante, appare isolato.

La prima fase, databile alla prima metà del IV secolo a.C., sembra essere caratterizzata, da ambienti con una serie di fosse che si dispongono secondo precisi allineamenti.

In particolare, due di queste fosse contengono vasi per olii e unguenti e piatti per offerte di semi e di cibi solidi.

Tutte le fosse sembrano rimandare ai sacrifici non cruenti noti nel mondo greco, spesso accompagnati da dolci e frutti, e celebrati di consueto nei culti domestici.

La seconda fase, da collocare nel corso della seconda metà del IV secolo a.C., vede la realizzazione di un grande edificio, con cortile lastricato centrale e una serie di vani disposti lungo tre lati.

Accanto sono un pozzo monumentale e una fornace per la produzione di tegole e vasellame.

Particolarmente significativo è il vano con un monumentale focolare che, al momento dell'abbandono dell'edificio viene "sacralizzato" dalla offerta del sacrificio di un capro (di cui si sono rinvenute le corna e resti del cranio).

Si tratta dunque di un sacrificio cruento che sancisce l'abbandono dell'edificio, utilizzato non solo in funzione abitativa, ma anche come luogo di riunione delle aristocrazie guerriere lucane, in un momento particolarmente delicato per l'intero territorio segnato dalle prime presenze romane.

L'edificio viene abbandonato nel corso del III secolo a.C. in concomitanza con l'affermarsi della potere romano nell'area e forse anche con gli avvenimenti tumultuosi riconducibili alle guerre pirriche, che vedono, nel corso del primo venticinquennio del III sec. a.C., i Lucani alleati di Taranto e di Pirro contro Roma.

Ad un ampio villaggio di bassa collina, da localizzare probabilmente tra le località La Monaca e Castelluccio, è infatti riferibile la estesa necropoli individuata in località Catacombelle di Viggiano, che ha restituito, nella sola trincea di scavo Eni, circa un centinaio di sepolture a fossa semplice, a cassa di tegole, con copertura piana o a tetto a doppio spiovente in tegole piane e coppi.

Il rituale funerario, secondo il rito proprio delle genti lucane, prevede l'inumazione supina, ma accanto a questo va segnalata anche la presenza del cerimoniale dell'incinerazione, distinto in due diverse tipologie: il rituale della cremazione diretta, (bustum), che prevedeva la cremazione del defunto direttamente all'interno della fossa, il rituale della cremazione indiretta (ustrinum), dove le ossa venivano trasferite nella tomba solo dopo la cremazione del defunto avvenuta su di una apposita pira.

La necropoli, le cui prime fasi di uso si collocano nel corso del secondo quarto del IV secolo a.C., si organizza in due settori, separati da uno spazio lungo circa 200 metri lasciato intenzionalmente libero e riferibili a due differenti gruppi parentelari.

In base all'analisi della stratigrafia orizzontale sembra si possa individuare una disposizione nello spazio per nuclei di circa cinque-sei tombe, attorno ad una di maggior rilievo, sia per monumentalità che per ricchezza di corredo.

La relazione topografica tra le diverse sepolture potrebbe rispettare vincoli di tipo familiare e privilegiare la sepoltura del capofamiglia.

Gli spazi vuoti tra i vari nuclei sono forse destinati a scopi rituali.

Tale ipotesi, in alcuni casi, è suffragata dal rinvenimento di deposizioni rituali di vasi miniaturistici per versare e per contenere/bere, deposti entro piccole fosse coperte da una tegola piana.

Le sepolture più ricche, ubicate nella parte centrale della necropoli, sono pertinenti a defunti di sesso maschile. Lo status di guerriero è enfatizzato dalla presenza di più esemplari di cinturoni, di cui quello personale indossato e gli altri, probabili bottino di guerra, disposti lungo il corpo o, in un solo caso, appesi alle pareti della tomba.

Spicca la presenza, sempre nelle stesse sepolture maschili, di un servizio rituale in bronzo costituito dal bacile con ansa mobile associato ad una coppia funzionale di forme utilizzate per versare e per bere (epichysis/olpe - kantharos).

E' presente, tra l'altro, lo strumentario in piombo per il banchetto con le carni arrostite (alari, spiedi, graticola) associato spesso al candelabro, che allude probabilmente al simposio notturno, nell'oscurità degli Inferi.

Il corredo ceramico, in questi casi, si compone di uno o più servizi da mensa. Si tratta dunque di vasi per contenere liquidi (anfore o nestorides), forme per bere (skyphoi) e per versare (oinochoai), vasi per contenere piccole porzioni di cibo (patere). Le coppette miniaturistiche erano forse utilizzate a scopo propriamente rituale per contenere offerte di semi.

 I servizi in ceramica attestati nelle sepolture femminili sono meno articolati rispetto a quelli maschili e contraddisti dalla presenza della lekythos, della lekane e dell'hydria, vasi utilizzati per la toeletta e per l'acqua, connotanti il sesso femminile.

A tale proposito, si nota una frequenza costante di forme legate alla cura del corpo, per contenere olii profumati. Il lebes gamikos, contrariamente a quanto riscontrato in altre necropoli lucane (cfr. Poseidonia, Tortora, Sant'Arcangelo), è attestato sia in sepolture femminili sia in quelle maschili. Sembra dunque che tale forma possa, in questo caso, indicare una classe di età, quella giovanile, piuttosto che il sesso del defunto.

Le sepolture infantili si distinguono per la presenza di forme miniaturizzate; in un caso, si segnala la deposizione di una statuetta femminile seduta con acconciatura ad alto nodo, del tipo attestato nella necropoli di Sant'Arcangelo - San Brancato.

Il vasellame a figure rosse è di produzione lucana, realizzato nelle botteghe dei Pittori di Napoli 1959, di Haken, dell'apulizzante Pittore della Foglia d'Edera, considerate da A.D. Trendall campane, ma che alla luce dei più recenti scavi sono da localizzare in Lucania tra la Val d'Agri, il vallo di Diano e le valli del Noce e del Lao.

Un altro cospicuo gruppo di ceramiche figurate è ascrivibile alla cerchia del Pittore di Roccanova, anch'esso attivo tra le valli dell'Agri e del Sinni. Una fitta rete di fattorie si sviluppa, a partire dalla metà del IV secolo a.C., sulle alture che dominano la vallata fluviale e i diversi tratturi di collegamento, su entrambi i versanti dell'Agri.

Si tratta di piccoli insediamenti da ricollegare a uno sfruttamento intensivo del territorio, con l'impianto di colture specializzate, come la vite e l'olivo.

In particolare, le ricerche condotte a seguito dei lavori Eni hanno permesso di individuare sia alcune di queste fattorie sia gruppi di sepolture pertinenti a tali impianti agricoli.

La valle dell'Agri è caratterizzata infatti, nel suo tratto superiore, da un'ampia e fertile pianura, mentre nel tratto medio del fiume si restringe in una stretta gola con pareti impervie e, infine, nel tratto finale, si allarga e, all'altezza di Tursi, si estende in una piana molto sfruttata dal punto di vista agricolo.

Così come la conformazione attuale rispecchia quella antica, almeno lungo la fascia costiera, anche le colture odierne sembrano fondamentalmente ricalcare quelle antiche, descritte nelle note tavole di Herakleia, atto pubblico databile tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a. C. Il prezioso documento fornisce informazioni circa la viabilità del territorio, la reddività dei terreni e delle colture, soprattutto viticoltura e olivicoltura, nella pianura lambita dal tratto finale dell'Agri.

La fertilità dei terreni lungo il corso d'acqua e la facile percorribilità della vallata sono infatti i presupposti indispensabili per lo sviluppo di stabili insediamenti sulle colline circostanti.

Notevole incidenza doveva inoltre rivestire la pratica dell'allevamento dei caprovini, tipico della grande transumanza e legato a spostamenti di medio e, in alcuni casi, di lungo raggio con le più lontane pianure costiere per la utilizzazione stagionale dei pascoli.

L'allevamento del bestiame forniva, da un lato, sostentamento alimentare e, dall'altro, lana, pelli, cuoio per la manifattura delle vesti e per l'armamento.

Ad una ricca fattoria è riferibile infatti la piccola necropoli rinvenuta in località Valloni di Viggiano, che, accanto agli altri sepolcreti scavati in passato lungo il tracciato di un antico tratturo ripercorso dalla strada moderna Viggiano - Montemurro (Fosso Concetta e Vracalicchio), si inserisce nella serie di impianti agricoli collocati sulla dorsale collinare che si affaccia sulla sponda sinistra del fiume Agri.

La necropoli si organizza in tre differenti gruppi di sepolture, a fossa terragna, intervallati da ampi spazi lasciati liberi. Il nucleo centrale, il più importante e più ricco, presenta le sepolture femminili separate da una fascia di rispetto da quelle maschili poste più a monte; i due nuclei periferici, distanti circa 50 metri da quello centrale, sono rappresentati, ciascuno, da una coppia di sepolture con corredi più poveri, privi di metalli.

Si tratta di un unico gruppo familiare che utilizza l'area sepolcrale per tre generazioni; probabilmente gli individui sepolti a distanza dal nucleo principale sono collocati in una posizione marginale nella gerarchia della comunità di appartenenza.

Tutti i defunti sono deposti in posizione supina entro casse lignee, di cui restano i chiodi in ferro e cospicue tracce di materiale decomposto, con il corredo solitamente collocato ai piedi e lungo il fianco destro del corpo. La diversa collocazione nella fossa degli oggetti di corredo sottolinea la differenza funzionale tra le varie categorie di materiali.

E' possibile così distinguere il servizio da mensa da quello per contenere olii di purificazione del corpo; il cratere, vaso connesso con il consumo del vino, assume in alcuni casi la funzione di vaso rituale, quando reca, poggiato sull'orlo, il coltello per il taglio delle carni.

Gli strumenti da fuoco, infine, sono funzionali all'immaginario oltremondano del banchetto con le carni arrostite, fortemente caricato di valori cerimoniali, come attesta anche l'iterazione di alcune forme del servizio vascolare (coppette e patere). La nestoris contraddistingue le due sepolture più ricche, l'una maschile e l'altra femminile.

Così come nella necropoli di località Catacombelle, gli individui di sesso maschile sono connotati come guerrieri dalla costante presenza del cinturone in bronzo, mentre non sono mai attestate armi da offesa. In un caso, il guerriero reca sul capo una corona in argento con foglie di alloro, che simboleggia la vittoria negli agoni atletici e sul campo di battaglia e il conseguente processo di eroizzazione.

Le sepolture femminili presentano vasi legati alla toeletta e alla cura del corpo (lekythos).

L'hydria, vaso per il trasporto dell'acqua, attestato in soli due casi, connota la donna adulta, nella sua funzione di signora della casa. I valori dell'oikos (casa), cellula-base dell'organizzazione della società rurale lucana, sono rappresentati, tra l'altro, dagli strumenti da fuoco, alari, spiedi e candelabro in piombo, che, oltre a fare riferimento al banchetto, simboleggiano il focolare domestico.

Ai prodotti dell'agricoltura e dell'allevamento e, di conseguenza, alla prosperità della casa si riferiscono le riproduzioni in terracotta di frutti (melagrane, uva, fichi, mandorle), di favi, di focacce e di formaggi rinvenute in sepolture di Viggiano e di Montemurro.

Anche in questo caso, la ceramica a figure rosse presente nelle sepolture di Valloni, così come nelle altre necropoli dell'alta Val d'Agri, è relativa a botteghe di vasai, le cui produzioni sono diffuse in Val d'Agri, nella valle del Noce e nel Vallo di Diano.

 

L'età della romanizzazione

Alla fine del IV secolo a.C. Roma avvia in quest'area dell'Italia meridionale una politica di alleanze con quelle frange dell'oligarchia indigena ad essa favorevoli.

In questa prospettiva si inserisce la fondazione del centro di Grumentum, sorto, sulla base delle testimonianze archeologiche, agli inizi del III secolo a.C. su una collina alla confluenza tra il torrente Sciaura e l'Agri.

Il centro di Grumentum costituisce pertanto un polo di attrazione delle genti precedentemente sparse nel territorio in ampi villaggi e in fattorie. Alla città infatti faceva capo un ampio territorio attraversato da due importanti vie pubbliche a lunga percorrenza, che si incrociavano davanti ad una delle porte della città: la via Herculia e la strada che conduceva a Nerulum, dove si collegava alla via Popilia (Capua-Regium).

La campagna intorno alla città era sfruttata in modo intensivo, con la presenza di piccoli villaggi, fattorie e ville; il territorio della città viene interessato da una centuriazione in età graccana, con assegnazioni di ager publicus in base alla lex Sempronia agraria, di cui resta notizia nel Liber Coloniarum (I, 209 L).

Alla fase di II secolo a.C. risale infatti una serie di impianti rurali rinvenuti nei territori di Viggiano e Grumento Nova. Le indagini condotte in località San Giovanni di Viggiano hanno consentito di mettere in luce una fattoria, che riproduce la planimetria di una domus romana. Il cortile centrale porticato è pavimentato in spicatum con ciottoli di fiume.

Un'ulteriore importante trasformazione si attua alla seconda metà II sec. a.C.-inizi I sec. a. C.

L' edificio viene ristrutturato e destinato quasi esclusivamente ad attività produttive, in particolare alla lavorazione delle olive, con vani pavimentati in cocciopesto.

L'occupazione diffusa del territorio di Grumentum, con lo sviluppo di impianti rurali legati alla piccola e media proprietà destinati probabilmente alle colture della vite e dell'olivo, sembra conoscere una recessione a partire dalla prima età imperiale, quando vengono realizzate poche grandi villae, da riconnettere con proprietà terriere molto più estese di quelle attestate in età repubblicana.

La documentazione epigrafica infatti riporta i nomi di ricche famiglie lucane che possedevano latifondi. In località Castelluccio di Viggiano è stato individuata la pars rustica di una villa che ha restituito una moneta di Bruttia Crispina, della famiglia lucana dei Bruttii Praesentes, moglie di Commodo (II sec. d.C.), che portò in dote all'imperatore numerosi latifondi lucani di proprietà della sua famiglia.

L'età romana imperiale

Al periodo romano tardo-imperiale risalgono i resti di parte del quartiere residenziale di una grande villa databile tra III e IV secolo a.C., individuata in località Maiorano di Viggiano, a circa 800 m. di altitudine, presso una importante strada che collegava la valle dell'Agri alla Basilicata interna 1.

Si tratta, in particolare, di una struttura rettangolare con abside al centro del lato lungo orientale.

Un ambiente scoperto, in asse con l'abside e dotato di fontana centrale alimentata da un lungo canale in piombo alloggiato in una canaletta, funge da raccordo tra i due ambienti meridionali e i due settentrionali.

Tutti gli ambienti si aprono su uno stretto e lungo portico. Oltre ai pavimenti musivi policromi, alcuni ambienti, come quello absidato, doveva essere dotato di mosaici parietali in pasta vitrea, di cui è rimasta qualche tessera.

La particolare ricchezza delle decorazioni e la planimetria della struttura inducono a ritenere che si debba trattare di una coenatio di una residenza di notevole livello architettonico. La planimetria trova confronto con la coenatio della villa di Malvaccaro di Potenza.

La villa doveva essere collegata ad una vasta tenuta, costituita da parti coltivate e zone destinate al pascolo, territori lasciati incolti con boscaglia per la caccia del signore - dominus, cui fanno pensare i costumi dell'epoca e i ricchi mosaici con scene di caccia, propri delle ville coeve rinvenute in Sicilia e in Africa.

E' questo un periodo di particolare floridezza per la Val d'Agri, anche perché che Diocleziano e Massimiano Erculio, alla fine del III secolo d.C., sistemano la via Herculia che attraversa il territorio di Grumentum per giungere alla costa ionica. La città, nello stesso periodo, è interessata da interventi di restauro che coinvolgono sia edifici privati (domus) che pubblici (terme).

Tra Tardo Antico e Alto Medievo

In età tardo-antica - alto-medioevale si verificano profonde trasformazioni che coinvolgono anche la Valle dell'Agri. Probabilmente alla fine del IV secolo d.C. Grumentum diventa sede episcopale, una delle più antiche d'Italia.

Dall'Anonimo Ravennate (geografo dell' VIII sec. d.C.) e da Guidone (monaco del XII sec. d.C.) sappiamo che il territorio di Grumentum era talmente esteso, da confinare con quello di Taranto.

Tra il V e il VI secolo d.C. si registra il lento abbandono della città, con le prime deposizioni funerarie all'interno delle mura cittadine, che indiziano la presenza di un sistema insediativo organizzato per nuclei sparsi.

Si conoscono infatti piccoli sepolcreti nella zona dell'anfiteatro e delle c.d. terme imperiali e nei pressi dei ruderi della chiesa di San Marco, all'esterno del perimetro urbano e il ristretto nucleo di sepolture in località Catacombelle di Viggiano. Al VI-VII secolo d.C. risale il sepolcreto individuato in località Valloni San Pietro di Viggiano.

Sono state scavate due sepolture e altrettanti ossari, in prossimità di un rudere di età moderna che ha in parte sconvolto la più antica necropoli. Una sepoltura ha restituito due inumazioni di individui adulti.

Ad un primo inumato è forse possibile attribuire un pettine di osso con chiodini di ferro ritrovato "schiacciato" lungo la parete orientale.

Ad un secondo individuo, deposto ad un livello superiore e in posizione supina, sono riferibili due orecchini di filo di bronzo a sezione quadrangolare ed estremità a ganci contrapposti con vaghi di pasta vitrea.

E' probabile che, come nel caso sopra citato di San Marco, il piccolo sepolcreto sia riferibile ad un complesso ecclesiale di cui è rimasta memoria nel toponimo dell'area "Valloni San Pietro".

Fonte: Alfonsina Russo - Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata

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[1] Il complesso è collocato in prossimità di un importante asse viario antico che, provenendo da Potenza-Anzi, attraversa trasversalmente l’alta valle dell’Agri. Si tratta di un percorso alternativo alla via Herculia, importante via publica romana che collegava Venusia a Potentia e a Grumentum, attraverso Marsico Nuovo, per proseguire successivamente fino alla costa ionica: R. J. Buck, “The Via Herculia”, in BSR, XXXIX, 1971, pp. 66 – 87; L. Giardino, “La viabilità nel territorio di Grumentum in età repubblicana e imperiale”, in Studi in onore di Dinu Adamesteanu, Galatina 1983, pp.195-217.