La Chiesa di S. Maria della Pietra
 

  La Chiesa rupestre di S. Maria la Preta o della Pietra, in contrada S. Barbara, è stata fondata nell’VIII secolo d.C., dai monaci basiliani in fuga dalla Sicilia, all’epoca occupata dai Saraceni; la struttura, venne rifatta dopo il Mille, durante il periodo gotico.

 

E’ la più antica Chiesa di Viggiano, di cui rimangono poche rovine, sopra un ciclopico bastione di viva roccia a strapiombo sul torrente Casale, affluente dell’Agri.

Intorno a questo eremo sorse il primo agglomerato del borgo viggianese, i cui abitanti furono educati al lavoro e alla devozione mariana dai basiliani.

Il complesso monastico è noto per le poche notizie conservate nei Registri Angioini e relative al possesso, da parte del monastero, del casale o Chiesa di S. Giuliano nel 1269[1]. Successivamente, il monastero è turbato nel possesso del casale e, nel 1278, la Curia angioina interviene con un Mandatum quod non turbent abbatem et conventum Sancte Marie de Petra super possessione Casalis S. Juliani[2]

Non si conosce, come S. Giuliano sia pervenuta al monastero benedettino, ma il rapporto tra i due insediamenti merita un approfondimento. La Chiesa di S. Giuliano, ricostruita da S. Luca da Armento prima del 984[3] e che, indicata presso Agromonte o Armento[4], più credibilmente, sulla scorta del Borsari[5]e dell’ Huben[6], va collocata nei pressi di Grumento e precisamente sotto l’attuale Saponara, ove la contrada omonima ne tramanda il toponimo.

Il Ramagli[7] ne attesta l’esistenza ancora nel sec. XVI, con la dedicazione di S. Giuliano, nella contrada de li Rungi.

Il cospicuo patrimonio, annesso a S. Giuliano deve aver costituito la maggiore rendita del monastero di S. Maria de Petra. Non si conosce come questo ne sia entrato in possesso ma si potrebbe collegare al processo di latinizzazione dei piccoli monasteri italo-greci presenti tra le Valli dell’Agri e del Sinni.

All’epoca angioina appartiene l’attestazione, nel 1395, di un abate Ioh. de Curio, Ab. S. Marie de Petra Ord. S. Ben (Monasticon, III, 203), che costituisce finora l’ultima testimonianza di una comunità ancora autonoma che agli inizi del sec. XVI è annessa alla Congregazione di Monte Oliveto[8].

Non si conoscono le modalità di estinzione della comunità e neanche le circostanze in cui S. Maria de Petra perde il possesso del Casale di S. Giuliano, che nel 1562, risulta in possesso della Chiesa di S. Maria di Nazareth di Barletta[9].

La struttura della porta superiore della Chiesa, con vecchie incisioni sugli stipiti, era così descritta dal Caputi[10]: una metà è fregiata di tabernacoli, rosette, sfingi e, alle cimase, teste umane, gigli ed un cinghiale; monumento di stile arabo del sec. XII; un’altra metà chiude l’arco a sesto acuto, in cui è solo una rosa e una croce su tre monticoli di mani e di epoche diverse, accomodandosi alle rifatte fabbriche con due sottani a volta, che ancora restano. La tradizione vi ammette gli eremiti, come solevano chiamarsi i monaci basiliani nelle solitudini della campagna, non essendovi spranna di terra libera della loro presenza e dei monaci basiliani nelle grandi immigrazioni prima e dopo dell’ottavo secolo.

Nelle vicissitudini dei tempi la Chiesa passò alle dipendenze del Monastero olivetano di S. Maria della Giustizia in Taranto e, nel 1482, fu annessa all’Abbazia di Monteoliveto.

E’ probabile che i monaci trovino il complesso in uno stato di degrado tale da preferire costruire una nuova chiesa di ridotte dimensioni piuttosto che restaurare l’edificio primitivo, probabilmente più ampio.

L’antico complesso monastico, si riduce, all’inizio del XVI sec., alla sola Chiesa formata dall’odierna unica aula, con due portali d’ingresso, uno sulla facciata corta rivolta verso la valle, l’altro sulla facciata lunga, rivolta verso il paese.

Nel 1599 fu rimossa dal padre della comunità religiosa di Taranto don Bartolomeo, il quale inflisse, il 5 gennaio 1600, la pena ai monaci della Curia T. (Terrae) Vegiani.




[1] Registri della Cancelleria Angioina, Napoli, 1950-80, I, 288, n. 386

[2] Registri della Cancelleria Angioina, op. cit., I, 295, n. 413 e op. cit, XX, 165, n. 435

[3] AA. SS. Oct. VI, 339

[4] B. Cappelli, Il monachesimo basiliano e la grecità medievale nel Mezzogiorno d’Italia, in Arc. Stor. di Calabria e Lucania, 1937, 289

[5] S. Borsari, Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia meridionale prenormanna, Napoli, 1963, 50, n. 118

[6] H. Huben, Monasticon Italiane, III, Puglia e Basilicata, Cesena, 1986, p.184

[7] N. Ramagli, op. cit., f. 47 e ss. Agli inizi del ‘900 i ruderi della chiesa erano ancora distinguibili e l’edificio appariva ancora suddiviso in tre navate; (cfr. F. P. Caputi, op. cit., p. 164)

[8] L’ Houben, (Monasticon, III, 203), accoglie con riserva la notizia dell’annessione nel 1502 di S. Maria al monastero di S. Magni prope Fundam civitatem…, edita in A. Lubin, Abbatiarum Italiane brevis notitia, Roma, 1963, p.292

[9] N. Ramaglia, op. cit., 48r-54r

[10] F.P. Caputi, op. cit., p. 47