Le origini

Prisca villa di Vettio agli ozi cara, prima distesa al pian, poi sulla vetta; più fortunata, o bella montanara, ché alla Vergine bruna sei diletta: dalle tue sommità miri, lontano, nel sol giganteggiar monte su monte. Ai piedi tuoi vario e giocondo è il piano. Mormora l’acqua del Casale al ponte. Di mandorli sei lieta a primavera. A te il lento Agri[1] nebbia vaga estolle…

Con questi versi salutai, la patria della mia adolescenza e della mia giovinezza: Viggiano, tutta distesa a mezzodì, ariosa e luminosa, sopra i mille metri di altitudine, con saluberrimo clima, fresco d’estate, fresco asciutto d’inverno.[2]

  

Il nome Viggiano, deriva, secondo alcuni, dal verbo greco izano, io sosto; in antiche carte ricorre il nome di Bizano e in altre Viziano; altri ne attribuiscono l’origine alla civiltà romana, dal nome proprio latino Vibius.

Secondo il Flecchia[3], prende nome dal gentilizio romano Vibius o Vejus come Vejanum o Vibianum praedium o da Vettius, probabilmente da un Vettianum o Vectianum praedium, ossia villa, podere di un Vettius e i Vettii, erano oltre che a Pompei, anche a Grumentum, a cui sembra appartenesse come pagus.

Fra le iscrizioni antiche di Potenza, una è dedicata ad un Vibio Flacco[4]; di un Vibius si parla in un’altra di Grumento; trasformandosi la b in g, come da Fobea deriva Foggia e da Fobeanum Foggiano, così da Vibbianum deriva Viggiano.

Tale latifondo, villa o vicus, assumerà il nome della famiglia del signore. Così da Vibius, presumibilmente un Vibio Flacco, si ha la denominazione di Vibianus pagus, riferito non solo all’abitato, ma a tutto il latifondo e che si trasformerà in seguito in Bizano e finalmente nell’attuale Viggiano.

Il nome Viggiano potrebbe, in seguito, scaturire da una divinizzazione del proprietario di suddetta villa e quindi da vecta jani o vide janum.

Derivando l’etimologia di Cajano da Cajus, della tribù Pomptina, Cajanus, l’antico nome del pago, fu un predio, un fondo, una villa di Caio, così come Gabiniano, predio, fondo, villa di Gabinio o Zabinio, secondo un graffito di Pompei. Se Trebbiano deriva da Trebius, Fabiano da Fabius, Caggiano da Cajus, allo stesso modo, Viggiano deriverebbe da Vejus o Vibius.

In antiche carte Viggiano è Viziano[5]: quindi il nome deriverebbe da Vettius o Vectius e la famiglia Vezziana fiorì nella città di Grumento. Nei suoi marmi si legge: Vettia Cn. L. Philelma … Cn. Vettius…[6]

Ai tempi della repubblica Caio Vezzio della tribù Pomptina costruì il portico di Grumento, con pecunia paganica, probabilmente danaro ricavato dai fondi rustici, come si legge in un’epigrafe. Negli scavi di Pompei, si trova la ricca casa di un Vezzio.

Del resto il nome di Viggiano, benché possa legittimamente nascere da un Vibius o da un Vejus-Veianus, conservato in forma latina, nessun ricordo lapidario, nessuna traccia si ebbe mai di essi, mentre depone in favore dell’altro una Vezzia di Gneo Lucio Filelma, Gneo e Caio Vezzio[7].

I nomi locali che terminano con il suffisso iano appartennero a qualcuno, come indicanti proprietà fondiarie di antiche famiglie italiche che divennero paesi, dalle prime case dei coltivatori del feudo. Satriano, Aliano, Viggiano, Stigliano, fanno risalire l’origine al nome del signore che aveva il predio fin dai tempi dell’impero. Una tale forma di aggettivo, che indicava appartenenza alla famiglia Ostilia, Albia, Balbia, Vibia,  nacque dopo le invasioni barbariche ed erano i nomi delle ville rustiche, cresciute in paghi, probabilmente anche prima dei barbari.

Fabiano, Vaiano, Viggiano, sono nomi di ville formate alla maniera dei latini e con un finale iano (janus), aggiunto al nome del padrone, formavano quello dei loro possessi, i quali diventarono più popolati dopo di ché, molti Romani, ai quali erano rimasti pochi averi, abbandonarono le città e si ridussero nei loro fondi con gli schiavi e i coloni che li coltivavano, fino a quando non vennero ad occupare i loro campi le orde barbariche[8].

La località, in epoca pre-romana, era un punto di sosta per quei greci che dalla costa ionica andavano verso la costa tirrenica o viceversa. Non rari sono i ritrovamenti di tombe greche risalenti al VI secolo a.C.

La storia, comincia a parlare di Grumentum in occasione delle guerre puniche, per le battaglie tra romani e cartaginesi. Dalla stessa Grumentum, prima come villa di una famiglia gentilizia Vibianum o Vectianum praedium, poi come comunità più estesa, trasformandosi in pagus ha origine il paese i cui abitanti, come quelli di Grumentum e di numerosi altri paghi , crearono un insediamento abitativo sulla corona montana per sottrarsi alle continue incursioni dei saraceni (X sec.). .

Il paese nasce, quindi, in epoca romana, come pagus di Grumentum, che è un oppidum romano.

Il Racioppi[9] così descrive il pagus: dominava nell’assetto della proprietà la forma del latifondo, massime sotto l’impero, sul quale, coltivato da schiavi, poi da servi e da coloni, è d’uopo esistano qui e qua le capanne dei coltivatori, le case del villico, le stanze del signore, quelle delle Scorte. Ecco il nucleo di una villa. Tre, o quattro, o più di queste ville formano un vicus, e da vichi più grandi il pagus.

Il Caputi, sostiene molto apertamente le tesi vettiana, dando scarso rilievo sia a quella vibiana che alla vejana e precisa che:

Grumento non mancò di ville. Una alquanto lungi riusciva ad austro del monte, che giganteggia su di un ampio territorio in complesso Vectianum praedium; e, degradando dal braccio orientale, torce verso il piano quasi a zampa di cavallo, sede originaria di un nucleo di popolo, appellata in tempi medievali Marcina, Cotura, Mattina…Importanti ruderi scoperti ne’ dintorni e non meno importanti oggetti che mise fuori la marra, avvalorano la tradizione nell’ammettere il prisco Viggiano in tal luogo di luce giocondo di casine, a tre miglia da dov’è oggi il paese[10].

Il Caputi[11] scrive che una villa di Vectianum, sorgeva proprio ai piedi del Monte di Viggiano. A supporto di questa tesi, sono state ritrovate, in suddetta zona, due stanze una ottagonale e l’altra circolare, ricche di mosaici ed affreschi.

Cavandosi, scrive Zigarelli[12], si rinvengono dei tumoli, condotti sotterranei di piombo, pezzi di marmo bianco, capitelli di colonne, suggelli di bronzo, vasi antichi, lapidi corrose dal tempo, monete greche e partenopee; tutto nel suo insieme addita che una città di riguardo vi si ergea; ma quale si fosse, è difficile nella tenebria dei secoli definirla. Gli eruditi si sono affaticati per raccogliere contraddizioni tra loro.

Sono state ritrovate due lapidi e i resti di due stanze, una ottagonale, l’altra circolare, accanto ad una figura ovale. Delle due, quella ottagonale, oltre agli affreschi in cortine a merletti traforati, ha il pavimento tassellato a diversi colori con cinque teste muliebri, una in mezzo e quattro negli angoli e, negli opposti interstizi, pesci, delfini ed altro. La stanza circolare, nasconde in gran parte il disegno a mosaico. Tutta l’area della vigna di Valentino Labanca, è cosparsa di loculi, di ossa umane, di tegole servite a rappezzi di muri di cinta e della casa rurale di questo, fondata su vecchie fabbriche, che testimonierebbe la presenza di una villa o del suo ipogeo. E’ incerto se le due stanze appartennero alla villa di Vezzio o all’ipogeo, ma sembra più probabile all’ipogeo, poiché una delle due lapidi, è una curva ad arte, che sta sul muro della stanza circolare[13].

All’esterno del muro c’era un’epigrafe del III-IV sec.: Tizio liberto di Publio, Niceforo maestro mercuriale Augustale destina la tomba per sé, per Marco Picacilio, liberto della moglie Picacilia, maestro mercuriale Augustale e per Tizia, liberta di Publio Filemazione madre[14].

Sembra che un liberto avesse costruito un simile ipogeo, assumendo prenome e nome del proprio signore. La profusione del lusso pagano, che si ritrova perfino i pavimenti e nelle pareti dei sepolcri, come era usato dai facoltosi e il tipo delle stanze, incontra la più sicura spiegazione nelle tombe romane.

Piacque a taluno conservar nell’asilo delle ceneri la somiglianza delle abitazioni dei vivi… Non si lasciavano spoglie di eleganti ornamenti, di finissimi stucchi, di leggiadre scolture, nonché di eleganti mosaici nel pavimento[15].

L’altra delle due lapidi menzionate indica che un luogo di delizie, divenuto ricettacolo di morti, continuò nel medioevo, periodo nel quale un Furio Rufino destinava alla suocera benemerita, Furia Faustina vissuta 70 anni, un cippo con iscrizione: Fur. Faustine Socrefur. Rufinus. B. M. T. Que vix a. LXX.

La presenza delle numerose ville, suburbane o rusticae, testimonia la grande abitabilità offerta dalla zona, con i suoi servizi di permanenza e di transito, le cui vestigia sono rinvenibili non solo nelle testimonianze emerse dagli scavi.

Esse disegnano la presenza di diverse contrade, vitalizzate dal concetto della unicità della cittadella-patria grumentina, collegate tra loro; si dimostrano in grado di offrire una più intensa articolazione di funzioni al praedium e, nello stesso tempo, esercitano le tecniche dell’autogestione che accompagna lo spirito di associazione, ma anche il rispetto del diritto, pubblico e privato e quello della tutela religiosa. Questi due aspetti appaiono in un unico soggetto, ma in due testimonianze.

La prima, ci perviene dal ritrovamento del cippo prope Viggianum, al mulino di Alli[16]: l’esistenza dell’iscrizione sepolcrale, avvalora l’ipotesi che lungo il torrente, viveva una piccola comunità di persone, dedita a trarre dai mulini ad acqua il necessario per la sopravvivenza[17]. Doveva trattarsi di una serie di mulini che servivano più di un nucleo abitato e la stessa città di Grumentum.

Il secondo aspetto ci viene proposto da Roberto da Romana[18], diacono della Chiesa saponariense nel 1162, che ha per protagonista ancora la famiglia di un Pactumeio (anche se appare come Pactumenio), in occasione della sepoltura di S. Lavorio: Corpus vero Beati Laverii à Dicilla Lucilla nobili femina cum viro suo Pactumenio Cristalli… pretiosis unguentis delibutum, aromatibus conditum, et lineis velis involutum in cypressina capsa conditum in eodem loco Martyrii honorefice sepultum fuit.

L’anno era il 312, i personaggi sono gli stessi o hanno il nome della stessa gens.

Il Caputi[19] ritiene che l’abbandono del pago fu dovuto non alle invasioni barbariche, bensì alle inondazioni del torrente Alli, che avrebbe impedito alle popolazioni di vivere tranquillamente. Non è da escludere, però, che il trasferimento sul colle del sito attuale si ebbe intorno al mille, al tempo cioè della caduta di Grumentum.

Tale evento allarmò la popolazione di tutti i centri vallivi della zona, poiché se i barbari avevano distrutto una munita e grande città, non avrebbero avuto difficoltà a distruggere centri minori. Tali centri erano numerosi intorno a Grumento, come quello della zona del Vetere a Moliterno, quello tra Viggiano e Marsicovetere, uno tra Paterno e Marsico Nuovo e un altro tra Paterno e Tramutola.

Le reliquie scoperte in dette zone, unitamente alla toponomastica delle stesse, confortano tale certezza, da cui deriva che Viggiano, nella primitiva sede, sorse ai tempi dell’impero romano; Moliterno, prima del Medioevo; le due Marsico prima del Mille e l’attuale Viggiano, insieme a Grumento Nova e Tramutola, dopo il mille.

Ambienti come il fiume Alli, che significa arginato, Cotura, terra posta a cottura o chiusura, Mattina, terra sboscata, aperta, sono indizi di una nuova società che succede alle catastrofi di fisici o sociali cataclismi ed incline ai lavori della terra. Sul versante a nord-est dell’esteso territorio si trova l’altro torrente: il Casale.

Le cresciute generazioni alla destra di Alli e del torrente alla balza di S. Maria la Pietra, tengono l’irto e faticoso colle a m. 1020, già occupato da un guerriero, da un prode arimanno, qui trinceratosi con i suoi figli, raggruppandosi in borgata, umile vassalla, a piedi della torre di un dinasta[20].

Dalla Via Herculia, (che collegava la Via Traiana e la Via Appia) e per l’Itinerarium Antonini, (da Anzi, Abriola, Marsico), si riversarono nella valle tribù di predoni, a cui si aggiunsero le angherie delle soldatesche e dei mercenari, e tutto ciò portò ad una crisi del commercio e dell’agricoltura. Ai contadini non restò che dare le proprie terre in affidamento, pro-anima o pro-tutela, e ritirarsi sulla collina vicina dove l’incerto culto januale era stato sostituito da quello di Mitra, la cui testimonianza è rimasta, per secoli, nella lastra del torrione del castrum di Viggiano.



[1] Il significato originario di Agri (probabilmente dal greco akiròs) è appunto inerte, e quindi lento, tardo.

[2] N. Ramagli, Nel cuore del Sud, Napoli, 1962, p. 164

[3] G. Flecchia, Stamperia reale di Torino, 1874

[4] T. H. Mommsen, Corpus Inscriptionum Latinarum, 1883, vol. X, p. 169

[5] G. Racioppi, Saggio della scienza etimologica, Napoli, 1872, p. 2

[6] G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, vol. I, op. cit., pp. 374-375

[7] F. P. Caputi, Tenue contributo alla storia di Grumento e di Saponara, Napoli, 1902, p. 42

[8] F. P. Caputi, ivi, op. cit, pp. 41-42

[9]G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, op. cit.

[10] F. P. Caputi, op. cit., p. 43

[11] ivi, op. cit.

[12] Corografia della diocesi si Marsico, p. 57

[13] F. P. Caputi, op. cit., pp. 43-44

[14] F. P. Caputi, op. cit.

[15] F. P. Caputi, ivi, op. cit.

[16] T. H. Mommsen, op. cit, n. 192, p. 26

[17] A. Signoretti, Il cippo di Pactumeia tra i mulini di Alli, Lagonegro, 1995, p. 11

[18] Gesta Sancti Laverii, in Italia Sacra, auctore Ferdinando Ughellio, tomus septimus, Marsicani Episcopi, Venetiis apud Sebastianum Coleti, 1721, p. 493

[19] Op. cit.

[20] Il marmo posto sul muro di levante del Castello, simboleggiò Mitra, non Giano, che ebbe culto a Grumento e che proveniva dalle rovine della stessa città o da Marcina. (Confr. cap. X). Lo stemma del comune innalza tre torri mattone, fondo cielo su monti color terra.