Lo sviluppo urbanistico

In età romana, sede del prisco Vectianum praedium, fu la contrada Marcina o Cottura o Mattina, a mezzogiorno del Monte, gioconda di luce e di casini, a tre miglia dall’attuale Viggiano e non discosta da Pedali, dove si va sviluppando un nuovo centro abitato, che malamente è denominato Villa d’Agri, mentre potrebbe assai meglio chiamarsi Valdagri[1].

Secondo il Ramagli[2], proprio in questa zona, ha luogo il primo insediamento; infatti, nei pressi della contrada Cotura, è stata rinvenuta la sede di un centro abitato con numerosi ed interessanti reperti archeologici.

Importanti ruderi scoperti nei dintorni e non meno importanti oggetti, testimoniano che il primo nucleo insediativo di Viggiano si sviluppò ai piedi del paese odierno, distante da esso circa tre miglia.

Il vibianum pagus vive come latifondo fino alla caduta dell’impero romano, ed ancora durante le invasioni barbariche dei Visigoti, dei Vandali, degli Eruli ed infine degli Ostrogoti.

Intorno all’anno mille, nella zona chiamata tutt'ora Casale, sorsero le prime case .

I monaci Bizantini, o Basiliani, arrivarono dalla Sicilia, scacciati dai Saraceni, e diedero vita alle Lauree, piccoli monasteri posti in alto, su rupi, dove si stava più a contatto con Dio.

L’eremo, la laurea, la cella era il nucleo primo del cenobio o monastero; e questo diventava ben presto un casale, quindi un paese, crescendo man mano dei ministeriali ed operai bisognevoli alle custodie degli armenti e alla cultura dei terreni, che la pietà dei signori e dei cittadini donava ai monasteri in forma di santità e di miracoli[3].

Queste origini spiegano le molte denominazioni greche dei territori intorno ai paesi.

Uno di questi conventi, quello di Atzopan, venne costruito nel IX-X sec. sopra uno sperone roccioso, sul torrente Casale e col tempo divenne polo aggregante per un vero e proprio villaggio. 

Oggi la chiesa di S. Maria La Preta è ancora visibile, anche se solo a livello di ruderi, mentre il convento è in rovina.

In questo periodo sorgono i primi insediamenti rupestri basiliani anche nella zona detta delle Rupi Rosse; il luogo si prestava perché impervio e montuoso, la vicinanza dell’Alli e la gradualità del pendio erano adatti a coltivazioni, anche a terrazza, e garantiva la vivibilità laboriosa.

Nel medioevo il paese si sviluppa nei pressi della Chiesa di S. Maria La Preta, nel luogo che Niccolò Ramaglia[4] dice di doversi chiamare Casal Grumentino, per cui Casale si chiama il torrente Grumentino, sotto Viggiano.

Nel secolo X il paese fu importante centro basiliano e, quando aveva l’antico nome di Bozzano, venne fortificato dai Longobardi di Salerno.

Nel settimo secolo, i Longobardi raggiungono Benevento e creano il loro ducato autonomo. Essi si stabilirono a Pescopagano e a Rufo, poi proseguirono per Muro, Vietri e Satriano, fino a giungere nell’Alta Val d’Agri, dove, nelle ville fortificate, i possessores difendevano le loro terre. Si installarono a Viggiano e a Marsico, per poi conquistare Grumentum e spingersi fino ad Anzi, ricostruendo gli antichi castelli goti  che erano stati rasi al suolo da Belisario e da Narsete.

In questo periodo l’abitato si sposta nel sito dove è visibile attualmente.

Con i Longobardi Viggiano avrà il ruolo di castrum, con annesso il campo perticato, sulla collina opposta all’abitato, nella zona detta le Croci forse per la sostituzione, dopo la conversione, delle pertiche con colomba con le Croci.

L’idea del villaggio fortificato, soprattutto quello montano, offriva sicure garanzie a tutto il territorio di pertinenza e apriva nuovi modi di convivenza dei contadini con i signori, sia militari che massari.

Gli abitanti del posto, poveri e senza possibilità di riscatto, spesso abbandonano l’agricoltura per dedicarsi ai mestieri da bottega, come i forgiari, che lavoravano il ferro per fare gli zoccoli ai cavalli, i carbonai o i falegnami. Le botteghe erano a ridosso delle torri. Testimonianza di questo restano oggi nei nomi delle due contrade sottostanti il castello dette le Forge e la Legneta.

Questa scelta portò alla costituzione di quelle che furono definite le gilde, associazioni, confraternite di lavoro che anticiperanno le corporazioni.

Al riattamento ed alla risistemazione delle torri di guardia in vero e proprio fortilizio, da parte dei Longobardi e che preludeva all’incastellamento dell’intero abitato, fece riscontro la ricostruzione e l’ampliamento della Chiesa Matrice, dedicata ai principi della chiesa e del diritto cristiano, i SS. Pietro e Paolo, a ridosso della torre orientale, nel significato del potere paritetico (paritatisch).

T. Pedio[5], osserva che dopo la conversione dei Longobardi, il cattolicesimo, così come praticato nel territorio del Principato Longobardo, non è soltanto uno strumento politico, ma soprattutto un sentimento religioso, che si manifesta attraverso il culto delle sacre immagini e delle reliquie dei martiri e dei santi. Seguendo l’esempio del loro principe, abbandonano l’arianesimo, concorrono alla ricostruzione di nuove chiese e favoriscono la costituzione di nuove comunità monastiche, arricchendone il patrimonio con lasciti e donazioni.

Il territorio di Viggiano longobarda era compreso tra la zona della Finaita (Finis-esnaida), taglio di bosco e quella del Guardimmaur (Gard-mahre), bosco dei cavalli; i viggianesi usarono, nei confronti del conquistatore, il dispregiativo zammard, modificando l’iniziale del termine lammard, longobardo, per indicarlo come zotico e barbaro. Restano integrate nella lingua viggianese circa trecento parole e modi di dire che testimoniano il passaggio dei Longobardi[6].

Esso apparteneva al Ducato di Benevento, come confermato da Eginardo di Nantes[7] e diventa oggetto di donazione da parte del principe Arechi, al monastero beneventano di Santa Sofia.

Con tale documento del 774, compare quindi per la prima volta il nome Bianum, che resisterà per altri sette secoli e con il quale si svincola dall’antica madre grumentina.

Nell’849 il Ducato di Salerno si scinde da quello di Benevento, a cui resterà legato Viggiano, sotto la giurisdizione del Gastaldato del Latiniano (gli altri due erano quello di Lucania e quello di Laino).

In questi anni i musulmani arrivano in Val d’Agri e distruggono Grumentum (872) che da allora viene abbandonata; le popolazioni si rifugiano sulle colline o tra i boschi, nei casali o nei centri abitati, ed ecco che sorgono Saponara, Moliterno, Marsicovetere, Montemurro e Viggiano.

Nel periodo longobardo, si assiste ad una fase di incastellamento dell’abitato di Viggiano, si costruiscono le tre torri ottagonali sul luogo dove già esisteva una torre di avvistamento e, sotto la torre orientale, la Chiesa Matrice dei SS. Pietro e Paolo. Delle torri, restano alcune testimonianze abbastanza visibili, della Chiesa è caduto quasi tutto.

L’incastellamento, cominciò con le cinte murarie, utilizzando quelle, o parte di quelle, esistenti.

Si preferì insistere sull’abitato posto sulla cima di centro dei tre monti dove le stesse case, incastrate a nido di rondine e rivolte prevalentemente verso Grumentum (est), le une con le altre costituivano una sorta di sbarramento murario nella zona rocciosa e murgica, mentre fu creata una sorta di argine di fortificazione esterna, nella sezione a finestra a tutta vista sulla Valle dell’Agri, che ancora oggi viene chiamata Le Mura.

L’abitato doveva estendersi dalla zona immediatamente inferiore alle torri, fino a Via S. Benedetto, considerando anche una ulteriore espansione dovuta alla caduta di Grumentum ed alla invasione Musulmana (872).

Alla sommità dell’abitato si ergevano le torri castrensi e, immediatamente al di sotto, la Chiesa Matrice dei SS. Pietro e Paolo, considerata dal potere militare come la cappella del Castello.

All’esterno dell’abitato, sul declivio, doveva esserci la zona delle colture con gli orti, poi man mano a scendere i terreni seminati a grano, gli uliveti e le vigne, i prati e poi l’incolto sino alla strada per Grumentum.

Fuori Le mura si svolgeva l’azione esterna dei contadini, dei pastori, dei boscaioli e, più ampiamente, quella dei negotia, affari, mercatura, commerci, transumanza.

All’interno de Le Mura si continuarono a praticare le attività di artigianato e della lavorazione del ferro, a Le Forge, e, in maniera più allargata, professione antica come quella della strutturazione del legno, anch’essa nata in passato come supporto all’uso del Castello.

Insieme a queste, venivano esercitate le libere attività artigianali dei calceolarii (calzolai), dei falegnami di bottega, dei muratori e scalpellini, dei macellari.

Viggiano non fu certo il solo esempio di villaggio montano fortificato ad assumere il ruolo di castrum in Lucania.

Torre di Satriano, Santa Maria d’Irsi, costituiscono, come altri centri della Lucania (San Vito, Poliporo, Santa Maria d’Anglona, Timmari), esempi suggestivi di centri urbani altomedievali rilevati dalla fotografia aerea. Torre di Satriano o Satriano Vecchia, sorgeva sulla sommità di un’altura dominante l’antica strada che da Potenza porta verso l’Alta Val d’Agri. Le mura altomedievali risultano impostate su quelle del centro indigeno (sec. IV a. C.), mentre la torre (a pianta quadrata con cinta propria), ubicata sul punto più alto della collina, costituisce l’unico resto dopo la distruzione operata nel 1420 dalla regina Giovanna[8].

Il Castrum Biani, durerà ben oltre la dominazione angioina.

Dalla metà del X sec. e fino alla conquista Normanna ci sarà una seconda colonizzazione Basiliana, con insediamenti rupestri e non, come un monastero nella località detta Cirillo, sotto la collina delle Croci, o la Chiesa di S. Maria la Preta, a valle del centro abitato.

Nel 1100, i saraceni arrivano anche a Viggiano e costringono i monaci basiliani a scappare.

I superstiti si rifugiano nei centri circostanti le cui popolazioni, terrorizzate dalla possibilità di costituire facile preda dei saraceni, si trasferiscono rapidamente sulle alture, più sicure delle pianure abitate fino ad allora.

Le campagne erano asettiche in fatto di religione o del tutto pagane ed in esse si rifugiava gran parte della popolazione che fuggiva dalla città in seguito alle invasioni o ai soprusi degli invasori. Il più delle volte la fuga era motivata dalla crisi di insicurezza dello Stato che generava la crisi dell’organizzazione della città, sempre esposta e senza più tutela.

Tutto ciò portava ad un arretramento ulteriore delle sedi urbane, ancora una volta dalla valle verso la montagna, gli anfratti, le grotte, i luoghi inaccessibili.

Tale è la sorte del paese che nasce, in questo periodo, come abitato compatto, sulla cima della collina a circa 1000 metri di quota immediatamente fortificato con delle mura.

Nell’area fortificata sono comprese una o più torri di avvistamento, poste sulla sommità, probabilmente già costruite in precedenza.

Non abbiamo notizie precise sull’entità della popolazione del primo abitato, ma riteniamo che essa, tenendo conto dell’ampiezza del territorio racchiuso dalle mura, dovesse essere molto consistente.

La nuova Viggiano sorse su un colle alto 1023 metri sul livello del mare, intorno ad una di quelle torri di guardia che sorgevano su tutte le alture e che, successivamente, vennero trasformate nel Castello feudale.

Il borgo antico di Viggiano, è costituito dal nucleo del Castello e dalle abitazioni che si sviluppano attorno a questo, a semi anelli concentrici, seguendo le curve di livello e quindi l’acclività del suolo, tipico dell’epoca medievale.

Dal sec. XII, Viggiano sarà sotto il dominio dei Normanni. .

Nel registro di Federico II del 1239 si parla di un Berengarius de Biziano come signore del paese.

In questi anni, le tre torri vengono trasformate in un complesso unitario, riconoscibile come Castello.

Dal XII al XIII sec. il paese si espande definitivamente fino alla zona delle Mura, oltre via S. Benedetto, e fino a via S. Oronzio, continuazione a case fortificate della cinta muraria che, nella zona dell’odierna Piazza Plebiscito, doveva avere la porta di ingresso al paese.

E’ probabile che in questo periodo venga anche ricostruita la Chiesa Matrice e che venga costruita una Chiesa per S. Maria del Monte, l’attuale Chiesa Madre.

Dopo il 1266 regnano gli Angioini. In seguito alla rivolta del 1268, a cui partecipa anche Viggiano a favore di Corradino di Svevia, diventa feudatario Bernardo de la Baume, familiare di Carlo I e Giustiziere di Basilicata.

Nel 1277 si ha la prima notizia relativa al numero degli abitanti: ci sono 205 gruppi soggetti a tassazione che possono essere 820 o 1230 abitanti, a seconda che un gruppo sia composto da 4 o 6 persone; questi dovevano provvedere anche al mantenimento del castrum di Anzi.

Dall’inizio del sec. XIV Viggiano è feudo di Giovanni Pipino.

Dal numero degli abitanti e dalla situazione viaria è possibile ipotizzare uno sviluppo del paese nell’area che da Piazza Plebiscito scende ai piedi delle due colline di Montecalvario e del Castello.

Possiamo quindi dire che il borgo medievale raggiunge la sua massima espansione e definizione.

Si delineano, le caratteristiche dell’urbanistica medievale: il fortilizio, posto sulla cima della collina in posizione difensiva, con la chiesa sottostante, la tipica composizione dei lotti, posti dal lato meglio difendibile, che seguono l’orografia del sito con gli assi viari di spina, in cui confluiscono le strade minori, i vicoli stretti e appesi spesso con scale, archi e passaggi sotto i piani inferiori delle case, maggiormente presenti nella parte alto-medievale (gli assi di spina alto-medievali, sono Via S. Benedetto e Via S. Oronzio, ma anche Via S. Pietro e Via Legneta).

Le strade principali dello sviluppo trecentesco sono invece Via Margherita di Savoia e Via Regina Elena; in esse confluiscono i vicoli e le strade secondarie, di forma irregolare, con i lotti, di dimensioni e forme diverse e anch’essi irregolari, che seguono l’orografia del sito.

Al XV sec. appartengono la zona dei Pozzi e di Montecalvario: è ipotizzabile che sia stata costruita prima la zona detta dei Pozzi in quanto più vicina alle Mura e al Castello, e poi quella di Montecalvario, sulla collina delle Croci, a partire da Via Regina Elena.

Gli isolati sono disposti in maniera trasversale rispetto alle due colline, le case sono quasi tutte delle stesse dimensioni ed unite in modo da formare degli isolati stretti e lunghi che seguono l’andamento delle strade. E’ interessante notare come solo le strade trasversali siano larghe e non in pendenza, a differenza dei vicoli stretti e corti, spesso con scale molto ripide. La zona di Montecalvari, è più estesa e si sviluppa dal basso verso l’alto.

Visti i dati della popolazione, (il più prossimo a questo periodo è del 1532 e riporta quasi 2000 abitanti), non è da escludere che questa si sviluppi anche durante gli anni successivi, specie nel ‘500, mantenendo però la stessa disposizione dei lotti.

Questo sarà un periodo di prosperità per il paese che,  nel 1590, arriverà a 578 fuochi (2312 o 3468 abitanti).

La zona di Montecalvario raggiunge la sua struttura definitiva e si sviluppa la zona adiacente le Mura.

Nel 1560 si edificano le Chiese di S. Benedetto, di S. Antonio Abate e di S. Nicola. A queste si aggiunge la Chiesa di S. Pietro fondata, nel 1594, sul luogo della Chiesa Matrice  e di cui oggi restano solo i resti di un altare.

Nel 1594 la peste colpisce il paese: i fuochi passano a 500 (78 in meno per circa 400 abitanti), il che porta ad escludere ulteriori sviluppi, almeno fino alla metà del ‘600.

Tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 l’abitato, dalle immediate vicinanze del Castello si estende verso il basso nell’ambito delle Mura, mentre un piccolo nucleo abitativo comincia a sorgere sull’altura adiacente, che corrisponde all’attuale zona delle Croci.

Nel 1648 si assiste ad un incremento della popolazione, dovuto ad un periodo di prosperità.

Nel 1656 si verifica un’altra epidemia di peste.

Da alcuni atti notarili si deduce che non pochi viggianesi donarono i propri averi alla Chiesa di S. Maria del Monte; l’entità dell’epidemia è testimoniata dalla forte diminuzione della popolazione: si passa dai 695 fuochi del 1648 ai 314; la popolazione è più che dimezzata.

Seguono la carestia del 1672 e il terremoto del 1673.

La relazione ad limina del Vescovo Pinerio, redatta dopo il terremoto, è una testimonianza delle disastrose condizioni in cui versa il paese, oltre che dell’entità del patrimonio ecclesiastico: esistono in tutto 20 chiese, di cui 9 in paese, e nessuna è diroccata.

Nel 1700 l’abitato si estende fino all’attuale zona di S. Oronzio, con tutta una serie di fabbricati costruiti a ridosso delle Mura longobarde ed altri fabbricati ancora più a valle. Intanto ha preso consistenza la zona delle Croci, nella quale sono stati edificati diversi palazzi affiancati da edilizia minore.

Nel 1735 viene ricostruita la Chiesa di S. Maria del Monte, gravemente danneggiata dal terremoto del 1673.

Sembra questo un periodo di prosperità per il paese che raggiunge i 4322 abitanti.

Nell’abitato a ridosso di Via S. Oronzio e delle Mura vengono costruite nuove case e palazzi nobiliari; lo stesso succede a Montecalvario.

Ormai, il centro del paese si è spostato nell’attuale zona di Piazza Plebiscito, con la Chiesa di S. Maria del Monte a fare da fulcro allo sviluppo. A questo secolo sembra appartenere anche l’Oratorio del Morticello o Chiesa della Buona Morte, all’incrocio tra Via S. Benedetto e Corso Umberto I.

Nel 1806 un altro terremoto danneggia l’abitato.

La Statistica del Regno di Napoli, disposta da Murat nel 1811 e terminata dai Borboni, ci dà il quadro della situazione economica di Viggiano che in questi anni risulta abbastanza florida. Ne è testimonianza l’incremento della popolazione che, nel 1805, è di 5700 abitanti e sale, nel 1857, a 6634, il massimo numero che sia mai stato raggiunto.

L’abitato raggiunge una forma simile a quella del primo novecento.

Con la dominazione francese si costruisce il cimitero alla fine di Via Margherita di Savoia, fuori dell’abitato per ragioni igieniche, potendo quindi escludere  uno sviluppo in questa direzione, almeno fino a qualche anno dopo il 1815.

Dai dati del Catasto di Sezione del 1816 si rileva che il paese comprende le zone di: Montecalvario, Aricella, S. Giacomo, Sotto il Palazzo (sotto Piazza Plebiscito), Valle (non completamente sviluppata), Congregazione, Sotto l’Orto (sotto le mura), Pozzi, S. Nicola Tolentino, Forge, S. Benedetto, Case Arse, (sopra la chiesa di S. Maria del Monte), Congregazione, S. Nicola Vescovo, Trinità, Castello, Legneta, Pisciolo (non sviluppata), Valle, Piazza della Madonna, Arco dei Santi.

Le Chiese esistenti sono: la Chiesa Matrice al Castello, S. Maria del Monte, S. Benedetto, S. Nicola Vescovo, S. Angelo, la Chiesa della Trinità, la Congregazione della Buona Morte, quella del Principe e poi la Chiesa di S. Rocco, nella contrada detta Valle, all’inizio dell’attuale Via Vittorio Emanuele e la Chiesa di S. Sebastiano, in Piazza Plebiscito, queste ultime dal prospetto molto simile, il che fa supporre che siano state costruite entrambe nella seconda metà del ‘700.

Alla costruzione di queste ultime due chiese, nel XVIII sec., si può collegare anche uno sviluppo delle relative zone: la Chiesa di S. Sebastiano testimonia l’ormai avvenuto spostamento del centro cittadino. La sua costruzione sarebbe anche da collegare a problemi di spazio per i pellegrini, durante la festa di maggio e settembre, allorquando la statua della Madonna viene portata in questa chiesa prima di trasferirla sul monte. Quella di S. Rocco testimonia lo sviluppo di Via Vittorio Emanuele e del Pisciolo.

Esistono anche diverse case nobiliari, appartenenti alla famiglia Sanfelice: palazzi di proprietà del Principe sono situati a Via S. Pietro (dietro la chiesa e collegate internamente ad essa con corridoi), sul Largo G. Verdi e lungo il Corso Meridionale (le prime due sono state divise in tanti lotti già nell’800; invece la terza, che conteneva anche una cappella privata, è ancora in una forma simile all’originaria); a queste si aggiungono il Palazzo Pisani (con l’oratorio privato), il Palazzo Raja (sopra la Chiesa di S. Maria del Monte), l’attuale Palazzo del Comune e il Palazzo De Cunto, che si trovano tutti tra il Castello e le Mura e poi altri palazzi o grandi case con giardino, nella zona di Montecalvario e su Via Regina Elena.

E’ sicuramente dal secondo decennio dell’800, fino al 1857, il periodo di maggior splendore per l’edilizia. Si costruisce lungo il Corso Meridionale (attuale Via G. Marconi), lungo il Corso Vittorio Emanuele e su Via Pisciolo.

Nell’800 il baricentro dell’abitato, si sposta verso il centro storico attuale, nonostante la Chiesa di S. Pietro continua ad essere la chiesa principale.

Dopo il terremoto del 1857 la chiesa principale del paese non è più S. Pietro ma la Basilica di S. Maria alle Mura, costruita sul luogo della cinquecentesca Cappella del Deposito.

Si sviluppa, poi, la zona verso il Cimitero, al di sotto di Montecalvario, con nuove grandi case nella parte bassa, costituite spesso da due piani più il giardino e l’orto sul retro sul quale si affaccia il terrazzo del piano superiore.

E’ possibile che in questo periodo si operino dei tagli nella struttura urbana precedente, con strade larghe a congiungere gli assi dello sviluppo dei secoli precedenti. I tagli più visibili servono a collegare Via Regina Elena e Via Margherita di Savoia e sono principalmente la Strada Nuova al Camposanto, la Via Rossini, ma anche Via Genova e Via Mario Pagano (che però è riferibile come sviluppo di una strada del XIV sec.).

Si può dire che, già in questi anni, Viggiano assuma la sua forma definitiva, che non cambierà almeno fino alla seconda metà del ‘900, (che è poi quella della planimetria in scala 1/1000 riferibile al Catasto di Impianto).

Nel 1857 un violentissimo terremoto colpisce la Basilicata e anche Viggiano viene distrutta: crollano molte case, palazzi e chiese.

Camminando per i vicoli del paese si nota che le case hanno quasi tutte dei portali in pietra, elegantemente rifiniti, e, su alcuni di essi, appare scolpita un’arpa portantina, di tipo viggianese, una lira o un violino, con inciso sotto la data, a partire dal 1858 al 1882 circa. Già nel 1876, il giornale locale, dal nome alquanto significativo: L’Arpa Viggianese, poteva intitolare: Viggian proprio per l’arpa ha mutato in casa ogni tugurio….

Il paese viene quindi ricostruito sulla struttura urbana esistente, già prima del 1857.

Nel ‘900 ed in particolare nel secondo dopoguerra, si assiste ad una nuova fase emigratoria, il numero degli abitanti torna a scendere e molte case nel centro storico, restano vuote.

Nascono nuove case, principalmente su due assi di sviluppo: uno rivolto alla nuova Zona Industriale, che sembra essere la naturale continuazione delle scelte prese nei secoli passati, ed un altro rivolto a Nord, nato a partire dagli anni ’70 lungo Viale Vittorio Emanuele, che rispecchia le nuove esigenze economiche con il collegamento alla Fondovalle dell’Agri e con Villa D’Agri.

La moderna planimetria, vede uno stradone centrale (Viale della Rinascita), che si immette, come un asse di simmetria, nell’impianto urbano a farfalla dove una piazza-atrio apre il paese al mondo. Lì si dividono e si uniscono le ali fondamentali della città: quella del Borgo di Sotto, oggi poco abitato, e quella che nasce dal Nucleo Originario. In quest’ultima, la parte di sopra, le Mura, raggomitolata intorno al sito roccioso e murgico del Castello, appare distinta dallo sviluppo successivo che, digradando sotto il Belvedere della Piazza del Municipio, fa di Viggiano una bella e vivace città-paesaggio[9].

  A Viggiano, si respira un equilibrio straordinario tra lo spirito del luogo, così armonioso con la natura come vorrebbe la prima spinta all’esistenza della città, e un’aria di mondo, veramente diversa dal solito.

Da dove provenga questo originalissimo equilibrio, lo spiegano due fatti.

Il primo risale alla presenza della cultura dei Monaci Basiliani, ai tempi della seconda colonizzazione bizantina dalla seconda metà del sec. IX al 1071, i quali valutavano attentamente, prima di insediarsi, le potenzialità topologiche: tutelabilità, morfologia e tipologia del suolo, caratteri dell’habitat utilizzabile, clima e disponibilità della popolazione locale; dopodiché, se decidevano di fermarsi, i monaci contribuivano fortemente, a dare un ordine all’iniziale città-natura:

all’esterno del territorio abitato, sul declivio, era sistemata la zona delle colture con un concentramento di orti e, gradualmente, terreni seminativi, preferibilmente a grano, poi oliveti, vigne, poi prati umidi e poi, l’incolto. (…) Fuori le Mura si svolgeva l’azione esterna dei contadini, dei pastori, dei boscaioli e, più ampiamente, quella dei negozia, affari, mercatura, commerci, transumanza[10].

L’altro elemento, che apre al mondo, sono i famosi suonatori viggianesi, girovaghi in gruppo non solo per l’Europa che, di ritorno a casa, diffondevano quanto appreso. Le stesse idee massoniche furono importate a Viggiano da questi globe-trotter della musica: si spiegano così anche i motivi dell’arpa e i motivi massonici, frequenti nelle decorazioni, nei bassorilievi e nelle pietre portali.
 



[1] N. Ramagli, op. cit., p.165

[2] Op. cit.

[3] G. Racioppi, op. cit.

[4] N. Ramaglia, Memorie Grumentine-Saponariensi, Moliterno, 1736, cap. II

[5] Op. cit., p. 152

[6]G. G. Monaco, Viggiano, Lingua, Lessico, Pariemologia, Glossario, Potenza, 1996, p.22

[7]Vita di Carlo Magno, Roma, 1988, p.95

[8] G. Schmiedt, Le fortificazioni altomedievali, Torino, 1973, p. 132

[9] A. Sichenze, Città-natura, nature city in Basilicata, Novara, 2000

[10] E. V. Alliegro, L’Identità Sommersa Viggiano, Viggiano, 1997, vol.1